Segni riaffioranti
di Antonio RIA

Queste immagini risalgono a un mio viaggio in Marocco del 1983,
nella valle del Draa, alla ricerca di segni, segni riafforanti, nella cultura e nella natura.
Alla scoperta di una civiltà, quella berbera,
altera e autonoma,
e della sua scrittura che è come sommersa, ma che ogni tanto riemerge, attraverso vari segni.
Come un fiume sommerso, come il Draa, appunto, che scorre sotterraneo.

ria1.jpg (81310 byte) ria2.jpg (60048 byte) ria4_small.jpg (2242 byte)

 

Téluet, Ait Benhaddu, Taurint…Da Marrakesh a Zagora e oltre, fino a Tamgrut, dove termina la strada e inizia il deserto che sconfina in Algeria e da dove le distanze si misurano in giornate di cammino a dorso di cammello.

Ci si lascia alle spalle gli splendori delle città imperiali – Rabat, Meknès, Fès – e attraverso l’Alto Atlante ci si inoltra nella valle del Draa, fiume invisibile, ad aprile già nascosto, quasi cancellato dalla siccità; ma la sua presenza è sotterranea, la si intuisce dalle file dei palmizi, dalle oasi.

Così le popolazioni che abitano queste segrete terre marocchine, i Berberi. Terre secche, come le loro montagne, come la pietra dei loro ighrem (gli edifici-fortezza), secche fino ad essere screpolate, come le labbra delle loro donne.

I tatuaggi dei loro volti, le cicatrici delle tighrement-fortezze ci spingono oltre, alla ricerca della scrittura perduta. Tatuaggi sui volti, ricami sui vestiti della gente e sulle bardature dei muli, e soprattutto i segni misteriosi di un’architettura essenziale, dalle origini sconosciute. A ben guardare sono segni ricorrenti, persistenti: e se fosse l’affermazione inconscia di una scrittura ancestrale, perduta ma riaffiorante?

A Téluet, 1800 metri d’altezza, una ragazzina della grande famiglia di Masmuda mi introduce nella kasba attraverso la porta principale di Dar Glaui. E’ l’antica residenza del caid, rappresentante del pascià di Marrakesh. Sono decine di stanze, all’esterno muri cadenti e screpolati, finestre e porte scardinate, tutto in abbandono; ma all’interno mosaici e miniature, miracolosamente salvaguardati.

Nella sala di ricevimento – le cui finestre grigliate danno sulla campagna – la piccola berbera racconta. Trecento operai per tre anni hanno lavorato e un pittore ogni giorno ricopriva qualche centimetro quadrato. Nel 1956, alla morte di al-Hadi Thami al-Glawi, detto il Glaui, l’ultimo pascià di Marrakesh, gli Arabi hanno condannato alla rovina lenta e inesorabile questa magnifica residenza, che era rimasta l’ultimo segno visibile di un’ambizione suprema, ambizione ora sconfitta per sempre. Ma il segno di questa sconfitta, della definitiva supremazia araba, deve essere lì – per sempre – a rammentarlo.

E’ forse un’ambizione sconfitta, quella berbera? ria3.jpg (49490 byte)
Gli Arabi, attraverso un lento processo, hanno assorbito nei secoli la scrittura berbera. Resta la lingua viva di questi popoli, gli originali abitanti di queste terre:  anzi, questa lingua orale è l’unico elemento comune fra tutti i berberi delle regioni nordafricane. E la loro lingua scritta?


Questo era l’interrogativo che mi ponevo addentrandomi nella valle Questa ipotesi mi permetteva di capire meglio, da un lato, il processo di arabizzazione in Marocco: gli Arabi ricoprono le loro moschee e case con segni grafici della propria scrittura; mentre questo non può avvenire per la scrittura berbera, che non esiste più. Ma cominciavo anche a capire meglio la forza di quella scrittura estinta, che sopravel Draa, negli ksar, i piccoli villaggi fortificati che esprimono
’anarchia tribale berbera. E se questi segni sui muri, sugli ighrem – i poveri ma ornati edifici-fortezza – fossero la conservazione inconscia dell’antica lingua scritta? Così come i tatuaggi, i ricami sulle coperte, sui tappeti e sugli akhnif, i mantelli di lana nera dei Glaua?

A Essauira – una cittadina che il sultano Sidi Mohammed ben Abdallah fece ricostruire alla fine del Settecento dall’architetto francese Cornut, dandole il nome di Mogador, quasi una fantasia europea su una tema marocchino – forse incomincio a trovare risposta ai miei interrogativi. Nella biblioteca-museo di questa cittadina della costa atlantica rinvengo alcuni testi a stampa che sono il tentativo di ricostruzione della scrittura berbera. La mia ipotesi non sembra infondata, il confronto è possibile.

E se i segni di una scrittura attraversassero inconsapevolmente gli individui, come il fiume Draa sotto terra, invisibile ma riafforante attraverso altri segni di vita: le palme, gli alberi, e i tatuaggi, i ricami, gli ornamenti architettonici essenziali delle ksar? E se questa fosse una memoria futura della scrittura berbera?
Antonio Ria

 

 

ria5.jpg (60452 byte)

ria6.jpg (49670 byte)

 

Antonio Ria, nato ad Alezio (Lecce) nel 1945, vive a Milano dal 1980. Laureato in Filosofia e in Teologia, ha iniziato vent’anni fa una ricerca etno-fotografica che, prendendo l’avvio dal mondo delle tradizioni popolari, si è via via spostata verso una fotografia di indagine sociale e di reportage. La sua attività di fotografo free-lance è accompagnata dal lavoro giornalistico e di critica. Ha anche insegnato per molti anni (recentemente come professore a contratto all’Università Statale di Milano) ed è stato caporedattore di "Fotopratica". Attualmente è redattore della Radio Svizzera Italiana e collaboratore di varie testate italiane e straniere, fra cui "Corriere del Ticino", "Linea d’ombra" e "Photo". 

In varie città italiane e in Svizzera, Francia, Inghilterra, Jugoslavia ha tenuto diverse mostre fotografiche personali, fra cui "Feste religiose degli italo-americani a New York", "Il volo dell’anima: ricerca iconica nell’immaginario dell’America puritana", "Il rito del serpente a Cefalonia", "L’emigrazione della memoria: storie di Italiani in Inghilterra", "Gli stemmi di Hvar", "Case in bianco e nero: ricerca estetica nel West Midland inglese", "Il lavoro è una seconda patria: Italiani a Manchester", "Il cammino della Passione: il Venerdì Santo a Corleone", "Nella tribù dei poeti", "Alto Malcantone: ritratti". Ha partecipato a varie mostre collettive, come "Obiettivo Puebla"(Messico), "L’Italia fuori dall’Italia: immagini di emigrazione"(Roma), "25 anni del Diaframma"(Milano), "Passaggi in camera"(Massa), "Fotografi italiani: diario immaginario di Lanfranco Colombo"(Bergamo). Ha anche pubblicato libri fotografici, fra cui L a treccia di Tatiana, con testi di Lalla Romano (Einaudi, 1986), Italians in Manchester (Musumeci, 1990) e Poesia diretta, con testi di Franco Beltrametti (Mazzotta, 1992).

Presso Einaudi, ha curato i volumi Lalla Romano pittrice (1993), Lalla Romano. Disegni (1994) e Lalla Romano. L’esercizio della pittura (1995), con relative mostre; è anche curatore del volume Intorno a Lalla Romano. Saggi critici e testimonianze (Mondadori, 1996)

 

Contatti:
dr. Antonio Ria
Corso Garibaldi, 71  20121 MILANO 
Tel. e fax  02 864261

 

Le immagini qui pubblicate rappresentano solo
una selezione tratta dalla raccolta completa.
Tutti i diritti sono riservati, e la riproduzione è vietata.

Torna a Indice