L'angolazione della vetta del Fuji è di 85°
nei dipinti di Hiroshige ed è di circa 84° anche in quelli di
Buncho; ma se si prova a fare una sezione da Est a Ovest o da Nord a Sud,
in accordo alle mappe militari l'apertura della vetta risulta di circa
124° nella sezione Est-Ovest e di 117° in quella Nord-Sud. In generale,
e non solo nei dipinti di Hiroshige e Buncho, il Fuji viene rappresentato
con una cima ad angolo acuto. La vetta appare slanciata, alta e snella.
Se poi consideriamo Hokusai, egli dipinge un Fuji alla maniera della torre
Eiffel, con un'angolazione della vetta di quasi 30°. Ma in effetti
il Fuji reale, con la sua cima ad angolo ottuso, tronca ed allargata, di
124° nella direzione Est-Ovest e di 117° in quella Nord-Sud, non
è affatto una montagna d'eccezionale bellezza, alta e slanciata.
Se per ipotesi un’aquila mi rapisse da un paese come l’India e poi mi deponesse
sulla costa giapponese nelle vicinanze di Numazu, la vista di questa montagna
non mi lascerebbe poi così affascinato.
Proprio perché da tempo è oggetto di ammirazione, questo
“Fujiyama giapponese” è assai rinomato, ma immeritatamente. Una
tale nomea, del tutto involontaria, può appellarsi a spiriti semplici,
ingenui e un po’ superficiali; ma nella realtà la montagna risulta
essere un po’ deludente. E’ bassa. Bassa in rapporto all’ampiezza della
base. Una montagna con una tale base dovrebbe essere almeno una volta e
mezzo più alta.
Solo il Fuji che vidi da Jikkokutoge appariva alto. Era
proprio bello. All'inizio la cima non si vedeva per via delle nubi, ed
io giudicai dalla pendenza al piede del monte che la vetta si doveva trovare
in un certo punto, e segnai quel punto su di una nuvola; ma quando la nuvola
si aprì mi accorsi che non era così. E mi apparve improvvisamente
la cima azzurra ad un'altezza maggiore rispetto al segno che avevo posto
in precedenza, in un punto più alto del doppio.
Più che esserne sorpreso mi sentii stranamente eccitato, e scoppiai
a ridere. Ma che diavolo stai facendo, pensai. Accade che l’uomo, quando
si confronta col piacere della perfezione, sembra perdere il controllo
e finisce col ridere sguaiatamente. Esiste l’espressione “allentare stupidamente
la vite del corpo”, ma ebbi l’impressione di aver riso con l’obi slacciato.
Signori, c’è da rallegrarsi se non appena vi incontrate con la persona
amata questa scoppia in una risata. Certamente non ne biasimereste la scortesia:
infatti ella, quando vi incontra, si trova totalmente immersa nel piacere
della vostra perfezione.
Il Fuji che si vede dall’appartamento di Tokyo è
penoso. D’inverno lo si distingue chiaramente. Un bianchissimo triangolino
che spunta appena all’orizzonte, questo è il Fuji. Nient’altro che
una decorazione natalizia. Però se ci si inclina sulla sinistra,
ricorda il profilo di una nave da guerra che inizia lentamente ma inesorabilmente
ad affondare di poppa.
L'inverno di 3 anni fa rimasi sconvolto da una confidenza del tutto
inaspettata che mi fece una persona. Quella sera mi chiusi da solo in una
stanza dell'appartamento e tracannai sakè. Bevvi sakè senza
chiudere occhio. All'alba mi alzai per una piccola necessità, e
mi apparve il Fuji attraverso la griglia fissata alla finestra quadrata
del bagno. Non dimentico quel Fuji piccolo, bianchissimo, un po' inclinato
a sinistra. La bicicletta di un pescivendolo sfrecciò sulla strada
asfaltata sotto la finestra. “Questa mattina il Fuji si vede con estrema
chiarezza, e fa un freddo terribile” mormoravo in piedi nel bagno buio,
mentre accarezzavo la griglia della finestra e piangevo calde lacrime:
non voglio mai più rivivere quei pensieri. All'inizio dell'autunno
del 1938, determinato a dare una svolta alla mia vita, mi misi in viaggio
portando con me solo una borsa.
Il Koshu, con le linee ondulate delle sue montagne, stranamente
vuote e digradanti. Anche nel saggio sui paesaggi giapponesi di Usui Kojima
troviamo scritto: “Tante persone misantrope si godono l’eremitaggio in
questi luoghi”.
Le montagne di Kofu, o forse è meglio dire quella strana
combinazione di montagne. Dalla città di Kofu, sballottato per un'ora
sull'autobus, arrivo finalmente al passo Misaka.
Il passo Misaka (1300 m sul livello del mare). Sulla sommità
di questo passo si trova una piccola locanda, detta "Tengachaya". Qui,
al primo piano, Ibuse Masuji lavora in isolamento da inizio estate. Sapendolo
ci andai. Per non disturbare il lavoro di Ibuse presi in affitto la stanza
a fianco, sperando di godermi anch'io la solitudine per un po’ di tempo.
Il signor Ibuse stava lavorando. Con il suo permesso mi
sistemai nella locanda in cui poi, volente o nolente, mi trovai ogni giorno
faccia a faccia col Fuji. Quel passo, collocato sulla via di Kamakura che
da Kofu esce sul Tokaido, è considerato il miglior belvedere del
lato Nord del Fuji. Il Fuji che si vede da qui è, fin dall’antichità,
uno dei tre famosi panorami del Fuji, ma a me non è che piacesse
poi molto. Anzi, addirittura me ne facevo beffe. E’ un Fuji fatto su misura.
Nel mezzo si erge il Fuji, sotto si stende il lago Kawaguchi, freddo e
desolato, abbracciato su entrambi i lati dalle montagne accovacciate tranquille
ai suoi piedi. Appena lo vidi provai imbarazzo ed arrossii. Era quasi una
“crosta” da bagno pubblico, lo scenario di una commedia. Era proprio un
paesaggio fatto su misura, e non potei fare a meno di avvertirne l’imbarazzo.
Arrivato alla locanda di questo passo vi trascorsi 2 o 3 giorni; e
poi, dopo che anche il lavoro del signor Ibuse giunse ad un punto di arresto,
in un limpido pomeriggio salimmo al passo Mitsutoge.
Mitsutoge (1700 m sul livello del mare). E’ un po’ più in alto
del passo Misaka. Arrampicandoci quasi a carponi per l’erta salita, in
un’ora circa raggiungemmo la cima di Mitsutoge. Le figure di noi che ci
inerpicavamo per un sentierino di montagna facendoci largo tra le piante
rampicanti non costituiva affatto un bello spettacolo.
Ibuse indossava un appropriato equipaggiamento da scalata
all’occidentale, in stile sportivo. Io, che non disponevo di equipaggiamento
da scalata, indossavo un kimono imbottito. Il kimono imbottito preso alla
locanda era corto, e mi lasciava scoperte le gambe pelose per almeno trenta
centimetri. Per di più indossavo dei semplici tabi con suole di
gomma presi in prestito dall’anziano gestore della locanda; per cui mi
sentivo in difficoltà ed escogitai il sistema di allacciarmi una
cintura e di calzare una berretta di vecchie fascine d’orzo che era appesa
al muro della locanda. Però non dimentico che Ibuse, che non si
cura dell’aspetto della gente, assai stranamente e in verità solo
in questa occasione, mi disse sottovoce per consolarmi, con un’espressione
un po' abbattuta, che è comunque meglio non darsi pensiero di cose
esteriori come il modo di vestirsi.
Nonostante tutto giungemmo sulla cima, ma improvvisamente si
levò una fittissima nebbia; neanche stando sul bordo del precipizio,
che era considerato la piattaforma panoramica della vetta, si distingueva
il paesaggio. Non si vedeva proprio nulla. Ibuse, sotto la fitta nebbia,
si sedette su di una roccia e fumando lentamente una sigaretta tirò
un peto. Sembrava veramente annoiato.
Sulla piattaforma panoramica si trovavano in fila tre locande. Scegliemmo
una di queste, la più modesta, tenuta da due anziani coniugi, e
bevemmo un tè caldo. La signora si mostrò dispiaciuta e disse
che quella nebbia era veramente una sfortuna, ma pensava che se avessimo
aspettato un po’ la nebbia si sarebbe alzata e che il Fuji lo si sarebbe
potuto vedere distintamente proprio lì. E poi tirò fuori
dal fondo della locanda una grande fotografia del Fuji, e tenendo alta
la foto con entrambe le mani in piedi sull’orlo del dirupo, ci spiegò
con precisione e con impegno che il Fuji si trovava lì proprio in
quel modo, proprio così grande, così chiaro, proprio così
come si vedeva. Noi, mentre sorseggiavamo il tè, ridevamo osservando
questo Fuji. Potemmo vedere un bel Fuji davvero. E non pensammo più
alla sfortuna di quella fitta nebbia.
Traduzione di: Paolo Castiglioni,
Fabiana Colombo
II PERFEZIONAMENTO Is.I.A.O. (1999)