Non è difficile, scorrendo pagine
di letteratura giapponese, trovare brani che abbiano a che fare
con la natura. Sarà per quel senso di condivisione con
la grande esperienza della vita che connota l'agire del giapponese,
sarà per la prepotente presenza di un ecosistema di sorprendente
vitalità che caratterizza quell'ultima frangia asiatica,
comunque sia la scrittura in Giappone è intessuta di natura.
Fa talmente parte la natura del vissuto giapponese, che il nostro
occhio poco addestrato non riesce sempre a distinguere l'apporto
ispiratore.
Non è certamente questo il caso del primo brano che abbiamo
scelto come lettura dell'anno, nel quale l'autore fa della natura
il soggetto del suo scrivere. Shimazaki Toson (1872-1943), poeta
e scrittore significativo del Giappone moderno, risiede nella
cittadina di Komoro nel cuore delle Alpi giapponesi; poco lontano
dal luogo nel quale era nato. Affascinato dall'aspra bellezza
di quel paesaggio, ne decrive alcuni scorci in brevi brani di
stile impressionistico, che diventano una delle opere più
significative, Chikumagawa no suketchi (Sketches del fiume
Chikuma, 1912). Quelle scene di vita semplice e dura di montagna,
inserite in un possente ambiente naturale stretto tra i ripidi
declivi montani e il corso d'acqua del fiume Chikuma, sono immagini
nitide che si imprimono nella memoria. Nell'inquietudine quotidiana,
lo scrittore sembra scorgere un'apertura verso la natura
che lo circonda e ad essa si commisura, percependo la propria
piccolezza. Toson prende spunto da una situazione contingente:
l'immagine di un vitello legato a un tronco d'albero, la figura
di un Pastore amante dei convolvoli, la brina e l'aridità
della terra di montagna; quindi descrive ogni cosa con grande
realismo, anche la più piccola, e la carica di emozioni
e sensazioni vive. Non gli riesce difficile, perché la
natura è lì a portata di mano, appena fuori dalla
sua intimità, pronta a partecipare al gioco analogico del
richiamo del sentimento e a diventare il riflesso della più
nascosta interiorità.
Se la voce di Shimazaki Toson è lirica e vigorosa, quella
di Enchi Fumiko (1905-1987) risulta più intima e introspettiva
nel libero fluire del pensiero. Il breve racconto Tsumigusa
(Erbe raccolte) qui presentato, è una sorta di monologo
interiore che si sviluppa sul filo del ricordo. Pur partendo da
un fatto reale - che è una passeggiata verso il parco di
Ueno in compagnia della nipotina - la scrittrice si lascia condurre
dalla memoria agli anni della sua prima infanzia, quando veniva
condotta dalla nonna, donna di grande dignità e compostezza
ma anche di profondi sentimenti, che affascina la nipotina con
le storie sui fiori e i giochi con le erbe. Nella Tokyo dell'inizio
del secolo, la natura è ancora presente e la nonna ne svela
i segreti più nascosti, introducendo la nipotina all'intimità
con essa. La natura è anche in questo racconto la "grande
vicina" a cui fare riferimento, il modello che ridimensiona
la realtà presente, che tranquillizza e libera da ogni
timore. C'è anche qui, seppure in modo meno evidente dei
brani precedenti, il tentativo di raccontare la propria storia,
inserendola in un contesto di più ampio respiro, facendola
partecipe della completezza originaria che la natura, nell'insieme
dei suoi vari aspetti, rappresenta.
Il concetto di natura, inteso come entità autonoma che
dà ordine al mondo, è in Giappone un'acquisizione
piuttosto tarda, di derivazione cinese (shizen in lingua
giapponese). In un primo tempo - e lo dimostrano le poesie più
antiche del VII e VIII secolo - uomo e natura costituivano un
insieme inscindibile: l'uomo si sentiva parte integrante dell'ambiente
in cui abitava, per il quale nutriva sentimenti di grande familiarità.
Solo in seguito, comunque esso comincia ad essere identificato
con il paesaggio circostante e diventa sansui, cioè
montagna e acqua. Da allora la natura è un "altro
da sé", la si percepisce diversa, la si inserisce
in un contesto temporale e diventa stagione. Eppure, nonostante
la diversità - o proprio in quanto entità diversa
dall'uomo - diventa metafora, similitudine della vita umana, e
come tale occupa un posto privilegiato nelle opere letterarie
e artistiche.
Il terzo racconto tradotto, Fugaku hyakkei (Le cento vedute
del Fuji), è una sorta di parodia della tanto decantata
bellezza del Monte Fuji. L'autore, Dazai Osamu (1909-1948), vuole
distinguersi dal coro plaudente degli ammiratori del Fuji e, con
sottile senso dello humour che lo contraddistingue, lo dipinge
così come gli appare, in modo del tutto ridimensionato.
È di notevole efficacia lo stile asciutto e distaccato
con cui presenta il monte che ha ispirato Hiroshige e Buncho,
costatandone gli angoli di inclinazione dei pendii; o quando si
ostina a volerlo scalare in una giornata di brutto tempo e ne
descrive le varie tappe. Eppure, anche nel caso in cui la natura
viene utilizzata per irridere l'insulsaggine umana, essa non ne
viene per nulla intaccata, ma rimane lì, intatta, sempre
uguale a se stessa, per nulla scalfita dalla volontà dell'uomo
di farla partecipe della sua storia.
Un ringraziamento alla Prof.ssa Kuniko Tanaka per i preziosi suggerimenti
nel corso della stesura di queste traduzioni giapponesi.
Nicoletta Spadavecchia